domenica 10 agosto 2014

Superando le diverse fasi della mia schifosa vita, arriviamo al punto in cui, non contenta della mia situazione emozionale e sentimentale penosa, decido di innamorarmi di uno stronzo.
Bene.
Che poi è divertente, non è neanche il mio tipo. 
È uno sfigato. 
Non ho mai immaginato un ragazzo così, non per me, almeno.
Ma eccolo li, che si presenta, affascinante, misterioso, impacciato e con il volto pulito di un bravo ragazzo.
Con sogni, ambizioni. 
Un sorriso da far invidia a quelle che, come me, sorridono poco o niente.
Quelle che come me, si innamorano difficilmente perché non amano neanche loro stesse.
Quelle a cui viene la nausea se si guardano troppo a lungo allo specchio.
Quelle che vogliono passare inosservate.
E ti dicono: "ti trova davvero carina, ha intenzioni seie, gli piaci tantissimo."
E tu arrivi al punto in cui riesci anche a pensare che forse non fai così schifo, forse c'è ancora qualcuno che ti può apprezzare per quello che sei.
Una persona che ama i tuoi occhi verde speranza, anche quando sono persi nel vuoto.
Che ti sopporta, sorvolando sul sarcasmo che è quasi sempre presente nelle tue frasi; o comunque una si e una no.
Che si interessa delle piccole cose, quelle che a te sembrano grandi.
E giuro che lo odio.
Lo odio con tutta me stessa.
E per cosa poi? 
Per ignorare un disastro? 
D'altronde anche io ignorerei una come me, se fossi lui. O qualsiasi altra persona.
Impacciata, tutto tranne che bella.
Sarebbe più facile evitarle quelle così, no?
Vuole fare lo scrittore.
E io pensavo che, wow, qualcuno che sa combinare in questo modo strabiliante le parole sappia anche provare qualcosa di altrettanto strabiliante.
Che forse qualcosina avrebbe anche potuto starci.
L'unica cosa che invece c'è stata e che ci sarà, è stata un bacio appassionato in discoteca, due mani intrecciate e l'amichetta puttana che prima fa finta di avere a cuore la vostra situazione e poi oops gli finisce in spalle mentre tu muori di gelosia.
Ho scoperto che la cosa più brutta che possa esserci è l'impotenza. 
Il non poter far niente.
Che schifo.
Vedere quella puttanella saltargli in spalle e non poter staccarle la carne a morsi.
E arrivi al punto in cui capisci che non bastano i desideri mentre guardi una stella cadente. 
Che se nessuno ti vuole e non ti vuoi neanche tu, dove potrai mai voler andare? 
Ci sono momenti in cui pagherei per un abbraccio. 
Momenti in cui mi butterei in ginocchio solo per sentirmi dire che non sono così male come penso. Che anche se sono una persona difficile per qualcuno sono comunque fantastica.
Ma quando arrivi al punto in cui le stelle cadenti non ti possono aiutare, o quando il mondo ti crolla sulle spalle e devi sopportarne il peso troppo a lungo, o quando il cuore batte anche controvoglia.
Essere innamorati è bello, quando qualcuno ricambia. 
Altrimenti, si, è bello comunque, una bella merda.
E sguazzaci dentro questa merda per riuscire a tirarti fuori.
Tutto quello che voglio è una persona che mi ami, che mi tenga in piedi anche quando sto per crollare.
Voglio solo essere amata, sentirmi giusta per qualcuno. E non uno sbaglio.
Tutto qui. 
Nulla di così eclatante, nulla di costoso o di indesiderabile. 
Nulla di speciale.
Ma ti devi rassegnare ad un certo punto no?
Devi capire che l'abbraccio che tanto desideravi non arriverà e ce dovrai abituarti al viso umido. Bagnato e allagato dalle lacrime, che scendono come fiumi lenti lungo il tuo volto.
Devi rassegnarti e sentire le piccole crepe che si creano sul cuore giorno dopo giorno, finché non ti trovi un buco, al posto dell'organo che ti fa vivere.
Devi smettere di aspettare un bacio che non arriverà.
Devi smettere di guardare il cielo e smettere di sperare che quel qualcuno stia desiderando di averti quando vede una stella cadente. 
Nessuno sceglierà mai me, quando può avere tante altre cose belle.

martedì 29 luglio 2014

Non voleva saperne di niente. 

Voleva solamente smettere di star male. 

Voleva dimenticare. 

Dimenticare l'amore. 

I baci giusti dati alle persone giuste ma nei momenti sbagliati, e quelli che reputava errori da non rifare. 

Dimenticare le amicizie che l'avevano delusa.

I "tornerò te lo prometto" e le giornate passate a guardare l'orizzonte inutilmente.

Dimenticare i ricordi che le avevano lacerato l'anima, e che la facevamo camminare leggera in mezzo alla gente.

Senza peccato.

Pura e strabiliante.

Dimenticare il ragazzo biondo con gli occhi azzurri che non poteva avere. 

Cercava invano di tenere per sé le cose belle.

I "ti amo" sussurrati.

Le lunghe giornate ad allenarsi sulla snowboard. 

I passi leggeri mentre danzava.

I sogni.

Le lettere mai spedite.

Le crêpes e i frappé che:"cazzo fanno ingrassare." Ma che comunque aveva preso lo stesso.

I tramonti sul mare.

I ragazzi in discoteca.

La moto.

Le risate.

I falò.

Ancora lo snowboard. 

E ancora la danza.

Le luci psichedeliche le illuminavano il volto. 

Stava male. 

Stava male davvero.

Oh, ma come era brava a dire che andava tutto bene mentre riempiva il quarto bicchiere.

Vodka pesca. 

Vodka liscia.

Angelo Azzurro.

Un Long Island di troppo. 

Ormai mandava giù il sapore amaro che le allagava la bocca, nonostante odiasse bere.

Voleva scappare. 

Scappare da quel mondo amato e odiato al tempo stesso.

Non sapeva più se guardare il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.

Scappare dal dolore, che era parte di lei. 

Che era costituito da lei.

Mentre la musica continuava, voleva diventare parte del mondo. 

Lei lo era già.

Strabiliante. 

Incredibile.

Gli occhioni verde speranza.

E allora ballava senza fermarsi. 

Per ricominciare a vivere.

E allora, su il bicchiere, vicino alla bocca...un sorso per buttare giù l'amarezza. 

Un altro per sopprimere il dolore. 

Uno ancora per l'amore che non è ancora arrivato. 

L'ultimo solo per il gusto di farlo. 

E giù. 

In alto le mani, 

SENZA PAURA.

venerdì 27 giugno 2014

Salvatemi, vi prego.
Tiratemi fuori da questo schifo.
Fatemi sentire più adeguata. 
Voglio essere la soluzione per una volta e non sempre e solo un problema, di quelli troppo difficili da risolvere e che quindi lasci perdere, di quelli senza il risultato sul libro, di quelli impossibili.
Voglio la libertà...
Sto male, non sono al mio posto, mi odio, odio me stessa e il mio carattere.
Ma allora perché nessuno lo nota? 
Perché nessuno viene a salvarmi? 
Mi sento come se fossi su un gommone che si allontana sempre di più dalla riva. E le persone a cui voglio bene rimangono su quel pezzo di terra, pur avendo un motoscafo che potrebbe venire a prendermi.
Restano ferme, impassibili.
Mentre io scivolo via.
Mentre tutto dentro di me urla e sbraita in cerca di aiuto, mentre le lacrime mi rigano il viso.
E resto li, bagnata, in attesa di una salvezza troppo lontana per sembrare reale.
Su e giù, il vento che frusta i capelli, l'odore del mare che ho sempre trovato meno confortevole rispetto alla montagna, una pioggerella sottile, il movimento regolare delle onde.
E rimango ferma, con il desiderio di diventare una felicità nella vita degli altri e non solamente una delusione. 
Desiderio che però sembra lontano, quasi quanto la gente che amo sulla riva.

domenica 15 giugno 2014


Che  dire? Penso di non esser mai stata incazzata così tanto in vita mia.

Ogni minimo gesto,ogni parola, ogni suono emesso dall’universo mi fa capire che forse non sono nata per essere felice; eppure, tutte le cellule del mio corpo combattono affinché invece io lo sia. E voglio esserlo. Non ho dubbi a riguardo.

Ho sempre pensato di non meritarmelo ma, adesso, ho capito che se voglio una cosa devo andarmela a prendere. Beh io non esiterò a farlo.

Il problema è che quando lotti per qualcosa, spesso, le tue speranze vengono infrante. In qualsiasi modo.

E’ incredibile dirlo, ma il più grande ostacolo per la mia felicità è rappresentato dai miei genitori. Mia madre, in particolare, perché anche lei sta cercando la felicità.

E io la capisco, davvero. Tutti hanno bisogno di essere felici, ma lei sta cercando di essere felice nel modo sbagliato e soprattutto nel posto sbagliato.

Io, Daniele e Giorgia dovremmo essere la sua felicità, ma ultimamente è più come se fossimo un peso che una gioia. Ovviamente solo io me ne accorgo, e fa male. E mi allontana. E mi fa arrabbiare.

Come può pensare di lasciarci così? Di considerarci un ostacolo?

Io cerco di vivere la mia vita. Sto crescendo e mentirei se dicessi che non sto cercando un ragazzo con cui stare bene, l’amore, le amicizie giuste. Mentirei se dicessi che non faccio errori, che non voglio essere ribelle, che vado sempre d’accordo con tutti. E mentirei ancora se dicessi che non voglio andare a ballare o uscire la sera e fare tardi, se dicessi che non sto mai male e che va tutto bene.

Io non voglio mentire. Voglio essere una persona sincera. Una ragazzina di quindici anni che vuole vivere senza doversi preoccupare sempre di quello che dice o fa.

Sono contenta che gli amici di mia mamma la invitino fuori a cena o a casa loro, ma io mi chiedo: lei non si domanda quello che vogliamo fare noi? Prima di prendere una decisione ci consulta? Ci avvisa prima?

A quanto pare non lo fa.

Mi dice che sono odiosa, una stronza, che ho un carattere di merda; me lo ripete in continuazione.

Discutere con lei è come parlare ad un muro, o ad un registratore che ha sempre la stessa cassetta.

Non si chiede da dove proviene il mio comportamento? Troppo difficile.

Non le interessa.

Stasera si è di nuovo arrabbiata con me.

Perché?

Beh perché non voglio andare a cena dal suo amico domani sera, io avrei voluto uscire con le mie amiche, avrei voluto andare in Piazza Vittorio. Ma no, impossibile.

Oh e allora io le ho detto che avrebbe potuto avvisarmi prima, che siccome l’aveva organizzato la giornata precedente avrebbe avuto la possibilità di mandarti un messaggio.

Le ho detto che dovrebbe chiedere anche la nostra opinione e si, le ho urlato contro che io NON VOLEVO ANDARE A CENA DAL SUO STUPIDO AMICO.

In più cercava un concentrato che io non avevo visto.

Gli ho detto che non avevo idea di dove fosse.

Lei si è messa a strillare e io ho cercato di superare la sua voce con la mia. Bella gara.

Mi ha detto che finchè non mi scuso non  andrò più da nessuna parte. ‘Tanto sono sempre segregata in casa.’  Ho bofonchiato prima di chiudermi la porta alle spalle.

Scusarmi?

E per cosa? Perché sono sincera? Perché ogni tanto sono un po’ maleducata? Perché dico parolacce? Perché amo divertirmi, giocare, uscire? Perché amo vivere e voglio essere felice? Perché non condivido le sue scelte? Perché ho bisogno di certezze e di punti fermi e non di ‘se’, ‘forse’, ‘magari’? Ne ho già avuti troppi.

Va bene, lo farò.

Ma prima lei mi chieda scusa perché mi trascura, mi chieda scusa perché non mi avvisa mai in tempo, perché smonta sempre i miei programmi, perché devo fare tutto quello che vuole lei, perché mi dà sempre responsabilità e vuole che sia la figlia migliore del mondo! Ma non lo sono mamma! Non lo sono mai stata e mai lo sarò! E mi scuso se faccio schifo, ma questo sono. Questo puoi avere.

Si scusi lei per aver divorziato con papà, per averci messo tanto tempo, perché mi svegliava alle quattro di notte con i suoi pianti e l’altro imbecille con le sue urla. Si scusi per i cambiamenti, che forse noi non volevamo, si scusi perché ci considera un ostacolo.

Si scusi.

E poi, forse, mi scuserò io, per cose che alla fine, non ritengo tanto sbagliate.

domenica 11 maggio 2014

Il dolore e le mancanze degli ultimi giorni stanno lentamente passando. I ricordi iniziano a spegnersi, gli occhi perdono lucentezza, le sensazioni si fanno via via impercepibili.
Nonostante ciò mi cullano ancora la sera prima di dormire, sgomitano per trovare un posto nei miei sogni, nella mia mente, nel mio cuore.
E fa male, ma quello che mi spaventa di più, è il senso di vuoto che mi allaga il petto.
Il non provare niente. Nessuna emozione, nessuna gioia; solo totale indifferenza.
La rabbia che prende il sopravvento, rabbia che è indirizzata soprattutto a me, alla mia debolezza.
Ho scoperto, di saper perdonare, o meglio, dal momento che non lo trovo un pregio, di non essere in grado di andare avanti, di lasciare alle spalle la gente che si è comportata male con me.
Per quanto io possa essere arrabbiata, quando le persone ritornano (e lo fanno, sempre), sono la prima a dimenticare, a voler mettere una pietra sopra, a dire "andiamo avanti insieme."
E dico, perché?
Dopotutto io sono stata male, mi ha presa in giro, mi ha fatto sentire un schifo (non che mi senta meglio per tutto il resto del tempo), ma comunque io perdono.
Sempre.
Ignoro il motivo.
Ok, abbiamo tutti bisogno di una seconda possibilità, tutti commettiamo degli errori, è alla base della natura umana, così meravigliosamente imperfetta e dolorosa.
È inevitabile.
Il problema si presenta quando dopo la seconda possibilità, ne offri una terza, una quarta and why not? Magari anche una quinta.
E' davvero giusto che chi se ne va tanto facilmente dalla tua vita, lasciandoti solo, con il culo per terra, vi rientri con altrettanta facilità?
Non credo, ma è più forte di me.
Forse so il motivo.
 Forse solamente perché dal momento che mi sento sola e trascurata, non voglio che gli altri passino lo stesso inferno che sto passando io. Perché voglio essere una spalla su cui piangere ed un braccio che ti tira su, anche se sei immerso nel fango fino al collo.
Voglio essere quella persona che ti ascolta, ti consiglia, ti abbraccia.
 Voglio essere quella che ti dice che non sei così male come pensi, che anche se tutto va male, vincerai tu, e fanculo il resto.
Semplicemente quella persona che per me non c'è.
E detto da una come me, estremamente egoista, è piuttosto strano.
Io non amo aiutare gli altri, non amo fare le cose se non ricevo nulla in cambio.
Ma allora, dico io, perché dire sempre "no, non fa niente?"
Essere sempre pronti a scusare e a ricominciare da capo?
In ogni caso, perdono, ma mi allontano, divento sempre più distaccata, più fredda, assente.
Vorrei solo che la gente capisse che non starò li ad aspettarla per sempre, che dopo un po' di sofferenza imparo anch'io ad andare avanti senza di loro.
Che una volta che ho capito che non valgono più di un paio di lacrime sul mio cuscino la sera, mi ristamperò in faccia il solito sorriso di sempre, ma che stavolta, finalmente, non sarà per loro.
Vorrei che si rendessero conto, che una volta persa, non sono più recuperabile.



venerdì 9 maggio 2014


E così eccomi qui, di nuovo io.
E' incredibile sedersi, spegnere il cervello, annullarsi nella musica e rendersi conto che in due settimane possono cambiare tante cose, inclusa me stessa.
Ho deciso di riscrivere qui per raccontarvi del mio viaggio a Palermo. Delle Convittiadi. Dell'amore che ha distrutto un'amicizia. Di ciò che è nato, di ciò che invece è rimasto invariato. Delle persone che possono cambiarti la vita, e di quelle a cui non importa niente della tua esistenza; nonostante tu fossi fermamente convinto del contrario.
Vi basti sapere, che scrivere, ora, di quello che è accaduto, richiede più forza di volontà di quanto mi aspettassi, ma anche che ho deciso di parlarne comunque, perché voglio che le mie emozioni rimangano impresse da qualche parte e lascino il segno. Così, giusto per non dimenticare.
Quando sono partita, non sapevo bene cosa aspettarmi, ero sicura solamente del fatto che avrei dovuto ricominciare a vivere in qualche modo, e che quella avrebbe potuto essere la mia occasione. Non ero triste di lasciare tutto, anche se solo per breve durata, alle spalle.
Inutile dire che non ci sono state sorprese, tutto filava liscio, secondo i piani, con una monotonia straziante, solo calma piatta. Almeno per i primi giorni, almeno così sembrava.
Poche cose erano riuscite a distogliere la mia attenzione dal mio senso di tristezza perenne; o meglio, poche persone.
I fortunati erano dei ragazzi di Firenze, in particolare uno: biondo, alto, con gli occhi azzurri, lo sguardo fiero ed un sorriso malizioso stampato in faccia. Giocava a calcio, con la maglietta numero quindici.
Gli altri non erano da meno ovviamente, ma erano troppo per una come me. Non pensavo di meritarli. Non ero neanche minimamente vicina a ciò che loro chiamano "bella ragazza". Mi limitavo a guardare, aspettando un miracolo, o semplicemente assaporando i movimenti del corpo fluidi che perfettamente si combinavano allo sguardo pieno di vita e della consapevolezza di chi sa, di aver fatto colpo.
Giocavo a pallavolo, ballavo la sera, nuotavo e prendevo il sole. Occasionalmente andavo a guardare qualche partita in cui partecipava il mio Convitto, ma nulla di più.
Solo ad una partita non sarei mai potuta non andare, grazie a Dio, stiamo parlando dell'incontro di basket Torino-Napoli.
Non sarei mai potuta mancare perché odio i Napoletani, specialmente coloro che si sentono padroni del mondo, e anche la mia amica Letizia li odia, e perciò la nostra assenza in tale partita non sarebbe mai stata ammissibile.
A quanto pare i Fiorentini la pensavano allo stesso modo.
Con un odio condiviso, abbiamo conosciuto Cosimo e Alberto, e in seguito tutti gli altri ragazzi di Firenze. Venuti a sostenere Torino e a pregare perché raggiungessero le finali.
Sono iniziate così le mie prime vere risate dopo tanto tempo. La Giulia che sono sempre stata stava tornando. Ed ero riconoscente, silenziosamente grata, a questi sconosciuti con la 'c' aspirata che stavano facendo rinascere la vecchia me.
E sarei incoerente se ringraziassi i Napoletani, dal momento che non scorre buon sangue tra me e loro, ma, senza la loro presenza, non avrei ripreso a ridere.
La vacanza è proseguita di bene in meglio. Ho imparato i nomi di tutti i fiorentini. Uno dopo l'altro, come una cascata che si insidia in testa.
Omar, alto, simpatico, moro, occhi castani. Gran senso dell'umorismo.
Niccolò Baccani, altrimenti detto il "Bacca". Pelle scura, occhi straordinariamente azzurri. Mite, e un sorriso da far invidia al mondo.
Niccolò Donatini. Lui era il "Dona". Capelli castano chiaro, la risata allo stato puro e la tenerezza di chi ha un cuore troppo grande per tenerla solo per sé . I suoi abbracci mi scaldavano come quelli di nessun altro. E i suoi occhi, grigi, mi inchiodavano come gli occhi di una sola altra persona sono stati in grado di fare. Amava le moto, forse più di chiunque altro al mondo, Bruciava di passione.
Solo un nome, però, dopo quella sera, continuava a echeggiarmi in testa. Come un tamburo.
Enea.
Il numero quindici.
Esattamente come l'avevo immaginato.
E porca puttana ste stavo perdendo la testa.
Siamo diventati uniti, una sola cosa, in troppo poco tempo. Era come se ci conoscessimo da una vita, ed erano passate meno di ventiquattro ore.
Il giorno seguente mi perdevo tra le braccia del Dona e in quelle di Enea, nei loro sorrisi, nei loro saluti a colazione e pranzo, nelle battute di Omar, che, ormai, mi aveva affibbiato il soprannome di Peppa (Peppa Pig) , dovuto alle mie scarpe fucsia fluo.
Ho fatto il bagno nell'acqua gelata con loro, ho rischiato di perdere la palla del loro Convitto insieme a Viki, ho lasciato i miei Ray-Ban allo sconosciuto più bello e magnetico che avessi mai incontrato.
La sera, è successo tutto troppo in fretta; ricordo solo Omar che mi domandava se mi piacesse Enea, una mia vaga risposta, dei commenti sui miei pantaloncini a quadri.
Il campo da beach volley, io che indosso la giacca del mio inquisitore e che muoio di freddo.
Le braccia di Ene che mi circondano, i nostri respiri sincronizzati, le nostre risate mentre parliamo senza stufarci mai.
E poi, il vuoto, un' esplosione, le sue labbra che sfiorano le mie, per poi fondersi e far diventare il bacio più aggressivo. Le lingue che si toccano, il suo sapore di sigaretta. Le sue mani che scorrono dolcemente sui miei fianchi e la mia mano sulla sua guancia, sotto il mento, che gli accarezza i capelli e sul collo. Io che rido tra i baci, i suoi occhi illuminati. I corpi che aderiscono l'uno all'altro. Un suo: "Sei la prima più piccola." e io con lo sguardo illuminato che rispondo:" c'è sempre una prima volta."
Un altro bacio.
Una scia umida sul suo collo.
Lui non mi lascia, mi tiene stretta a sé.
Altre labbra che si sfiorano.
Guance bollenti.
E poi, tutto si è dissolto, siamo tornati indietro, stretti l'uno all'altra.
Il mio ultimo ricordo di quella notte è di essermi addormentata aspettando con ansia la mattina dopo, o quando, in ogni caso, l'avrei rivisto.
Il problema è stato che la mattina dopo avevo partita.
E ho dovuto aspettare il pomeriggio.
Ma comunque sono stata paziente, e siamo stati in camera insieme, non appena ne abbiamo avuto il tempo. Io, lui, Omar, la sua ragazza, il Bacca, il Dona e le nostre risate, chiacchiere interrotte da baci, dati di sfuggita.
Balli di gruppo, Donatini che twerka, Enea che mi spinge via dal balcone per non farsi beccare dal Listo, il loro educatore.
La merenda.
Le premiazioni.
La cena.
Lo sguardo arrabbiato della mia migliore amica, che non mi parla più da quando sto con lui.
I miei incoraggiamenti ai ragazzi della corsa campestre.
Un secondo posto meritato.
I sorrisi, gli abbracci.
Il bacio in cui tutti scoprono di noi.
La cena.
I cori.
Omar che mi abbraccia, mi stringe e mi dice che mi vuole bene.
Quanto gli sono affezionata?
E partiamo tra ventiquattro ore...
Non ci penso, anche se mi si chiude lo stomaco, la tristezza mi invade, il mio sguardo si perde nel vuoto. Questa vacanza non è la realtà. Palermo non è la mia vita. La mia vita è a più di mille chilometri da qui.
Ma poi siamo di nuovo noi.
Io e lui.
Lui che mi accarezza dolcemente le gambe, i miei e i suoi baci sul collo, fino ai brividi, fino ai lividi.
Ci baciamo al volo.
Andiamo in camera da lui, il Listo inizia a controllare ogni stanza.ù
Lui spegne la luce. Mi guarda e mi fa segno di tacere.
Io rido.
Mi siedo sopra di lui e comincio a baciarlo.
La mia bocca si allaga del suo sapore, non so come mai devo lasciarlo.
Lo avvicino ancora più a me.
Abbiamo caldo, siamo bollenti. La passione è come fuoco.
Il Listo continua a controllare.
Io resto sdraiata, mentre lui si alza e fa il segno della croce un paio di volte.
Mi dice che ho un bel culo, e poi mi bacia.
Io continuo a ridere.
Mi dice che sono scema e io faccio finta di essere offesa.
Mi giro dall'altra parte.
Lui inizi a baciarmi. Il braccio, la spalla nuda, l'incavo del collo e il collo stesso, la guancia, la bocca.
Io rimango ferma. Resisto. Per quanto sia difficile.
Fino a quando non me la dà vinta e allora ricambio, e ci incastriamo come nel tetris.
Mi regala la sua maglia.
Mi ridà i miei occhiali.
Usciamo di nascosto dalla camera, corriamo, lui fuma, mi chiama bimba e mi bacia di nuovo.
Mi dice che il Dona pensa che io abbia un bel culo e che tutti dicono che sono figa.
La sigaretta appena fumata mi fa sbandare letteralmente. Mi lascia senza fiato.
Un bacio, due, tre, quattro...non è mai abbastanza.
Ma devo farmelo bastare.
Per quanto sia distrutta quando salgo sul pullman, ho ancora addosso il suo profumo, sento la pressione delle sue labbra, le sue braccia attorno alle mie, i suoi capelli soffici mentre li faccio scorrere tra le dita.
Sento tutto, e fa ancora più male.
L'aroma che mi lasciava dentro quando la sua bocca entrava a contatto con la mia. Riesco ancora a sentirla.
Non piango.
Penso ad Omar, il suo ultimo sorriso e la sua risata. Il suo "Ciao Peppa". L'abbraccio del Dona che non mi lascia andare via. Lo sguardo del Bacca. Il cenno di Cosimo.
Ricordo vagamente un "ti piace Enea?"
Stringo la maglia al petto.
Si decolla.



venerdì 25 aprile 2014

Credo di aver bisogno di aiuto.
Anzi ne sono sicura, ne ho disperatamente bisogno.
Non riesco a dormire, non riesco a mangiare... sto lentamente sprofondando in una voragine di cui non si vede la fine. E so che può andare molto peggio di così; anche se ora come ora mi sembra difficile immaginarlo.
Ho gli incubi, e allo stesso tempo sogni irrealizzabili.
Incubi a causa dei quali mi sveglio nel bel mezzo della notte, ansimando. E sogni, sogni che cullano ma che la mattina dopo mi lasciano incompleta e vuota.
Qualsiasi cosa mi fa diventare sempre più ambiziosa, mi spinge ad volere di più. A momenti impazzisco.
Mi isolo dal mondo, leggo, guardo film che mi assorbiscono completamente, facendomi dimenticare della vita reale, alla quale io sono cosi restia a quanto pare.
Rifletto e penso troppo. Mi interrogo senza trovare risposta. Sto diventando come Giacomo Leopardi, Van Gogh e tutti gli altri artisti. Tormentata e affascinata allo stesso tempo.
Sto leggendo un libro. Ad essere sinceri l'ho già letto, in una nottata.
Si intitola Divergent.
In realtà si tratta di una trilogia: Divergent, Insurgent ed Allegiant.
Titoli particolari quanto la storia in essi narrata.
So già come andrà a finire l'ultimo libro. Sono troppo curiosa e ho troppa paura di rimanere delusa, cosa che per altro è successa, per leggere un libro fino in fondo senza sapere cosa succede alla fine di tutto.
Inutile dire che alla fine lei muore, nel tentativo di salvare il suo piccolo mondo e la storia d'amore più bella di tutti i tempi viene spezzata e distrutta.
Non so se avrei mai il coraggio di rinunciare alla persona che amo per salvarne un'altra alla quale sono altrettanto legata.
Ma alla fine non è vero che tutte le più belle storie, non importa come siano raccontate, vogliono farci notare la bellezza della disfatta? Per questo riguardano la morte.
Pensiamo a Dorian Grey, Romeo e Giulietta, e a tutti i capolavori.
Ora anche la letteratura moderna ce lo fa notare.
Se ci penso, dopo che l'autrice di questo romanzo mi ha fatto innamorare di Tobias a tal punto da immaginarmi di essere io Tris (ammetto di avere sempre avuto un debole per le storie d'amore e una sensibilità impressionante. Nonché la capacità di immedesimarmi in modo impeccabile nelle persone descritte o rappresentate. Dovrei recitare. I doni non vengono regalati a caso, ma sulla terra non c'è spazio per quelli come me. Per i Sognatori.), sto veramente male.
Un'altra cosa che mi ha colpito del libro è la divisione in fazioni. Per un equilibrio. Quasi come è diviso il mondo al giorno odierno.
Ci sono cinque diverse fazioni, ognuna si basa su un principio diverso.
Ci sono gli Abneganti, la quale vita è basata sull'altruismo.
I Pacifici, la loro virtù è l'amicizia.
I Candidi, coloro che non sanno mentire. Che mettono la verità prima di ogni altra cosa.
Gli Eruditi, coloro che rincorrono il sapere, la scienza. Tutto deve avere una spiegazione logica, nulla va lasciato al caso.
Infine, ci sono gli Intrepidi... i valorosi, i coraggiosi, i difensori della città. Coloro che non hanno paura di mettersi in gioco. Ma più di tutto, sono il gruppo più libero, selvaggio. Il gruppo nel quale scegli di vivere anziché sopravvivere.
Un numero ristretto di persone, però, può appartenere a tutte le fazioni. Abneganti, Pacifici, Candidi, Eruditi ed Intrepidi.
Sono coloro che non possono essere controllati. Coloro che sono in grado di pensare fuori dagli schemi e coloro che mi attirano di più.
Li chiamano Divergenti.
Ho pensato a quale gruppo sarei appartenuta se avessi vissuto in un libro del genere.
Ma ho anche riflettuto sul fatto che la mia scelta avrebbe dovuto essere ben bilanciata, dal momento che una scelta, come afferma correttamente il libro, è in grado di cambiare la tua vita.
Non sono totalmente d'accordo (ho un'opinione su tutto), una scelta, presa da te in prima persona, può cambiare anche la vita delle persone che ami. Motivo per il quale bisogna riflettere bene prima di farne una.
In ogni caso,  non saprei quale fazione sceglierei.
Gli Abneganti li ammiro, e avrei fatto volentieri parte della loro fazione ma, essere altruista non mi riesce proprio bene, se non in certi casi, e cioè quando devo ergermi in difesa di qualcuno.
I Pacifici cercano l'armonia e l'amicizia. Si, penso che l'armonia sia fondamentale ma il caos è qualcosa che mi ha sempre attirato. Come una calamita. Non escludo però l'importanza dell'amicizia.
I Candidi. La sincerità. Il non dover mai mentire. No. In quella fazione non sarei potuta andare. Ci sono dei segreti che, in alcuni casi, vanno protetti, anche a costo di dire una menzogna. Essere messa a nudo non è il mio sogno più grande.
Gli Eruditi. Il sapere. Anche quella fazione mi avrebbe attirato, però, il potere e la conoscenza devono essere utilizzati dalle persone giuste, al momento giusto. Non deve esserci un abuso della conoscenza. Però è necessario sapere, per pensare autonomamente e essere in grado di non farsi manipolare.
Gli Intrepidi. Il coraggio, qualcosa che mi ha sempre attirato. Ergermi in difesa di qualcun altro, rischiare la vita per lui. Non è anche questa una forma di altruismo? Combattere, mettersi alla prova, superare le proprie paure.
Essere liberi da se stessi, non essere condizionati da una cosa banale come il terrore.
La mia mano sarebbe caduta proprio sugli intrepidi, e il mio sangue sarebbe finito sui carboni ardenti il giorno della cerimonia della Scelta.
E anche se adesso sto male, ho sempre gli occhi lucidi e mi sudano le mani, tanto spesso che le devo asciugare sui jeans, troppo frequentemente, i libri mi danno una speranza. Che come so già verrà infranta, ma per ora è tutto quello che ho.
Devo essere coraggiosa. Sento una voce che mi risuona in testa e me lo dice. Sento il cuore esplodere e voglio essere libera.
Non voglio più sopravvivere, non basta.
Non voglio essere solo coraggiosa. Io voglio essere altruista, leale, intelligente e gentile.
Ma devo lavorare un po' sull'altruismo e sulla gentilezza.
D'altronde nessuno è perfetto.
Una sola parola però mi salta in mente quando penso a me.
Divergente.

mercoledì 23 aprile 2014

Ehi, sono di nuovo io.
Ultimamente ho poco da fare e di conseguenza, mi rifugerò sempre più spesso nel mio piccolo mondo. Evviva!
Chi è il simpaticone che ha affermato che la solitudine nel ventunesimo secolo sta solamente nello sbloccare la schermata del telefono e non trovare messaggi?
Beh, vorrei dire a chiunque abbia detto una cosa simile, che ci sono ancora persone che si sentono sole nonostante tutto ciò, che pur avendo il mondo intorno sono invisibili.
Tralasciando ciò che è sopracitato volevo farti presente che mi sono accorta di desiderare una storia d'amore. Ma non una banale... voglio un amore da film.
Un amore inconcepibile, acceso da una passione che brucia.
Voglio qualcuno che mi salvi la vita, che mi prepari una cena romantica, che mi sorprenda.
Un amore che rompa le regole, che vada oltre i confini del possibile.
Voglio, per una volta essere io a far invidia al mondo.
Desidero anche io Quattro che mi insegna a combattere, che mi bacia senza sosta sotto il tramonto, che mi aiuta a salire sul treno in corsa, che mi tiene la mano quando rischiamo di morire.
Voglio Collin di Diario Di Una Nerd Superstar che mi fa ritornare giovane, che mi fa immaginare di nuovo la mia prima volta, che mi incanta con le sue parole sublimi.
O Peeta che mi ama silenziosamente o Noah che a distanza di trentacinque anni mi fa sentire come se ne avessi avuti diciassette.
Ho bisogno anche io di un bacio tragico, come se non ci fosse un domani; di un bacio salato, mentre ci lasciamo trasportare dalle onde del mare.
Un bacio proibito, dato sotto una scala, al buio, nascosti da tutti.
Un abbraccio, sentire il profumo inebriante della pelle di qualcuno; così potente da lasciarmi stordita per una settimana, l'amore, il sesso.
Voglio tutto questo.
Perché diciamocelo, non meritiamo tutti di essere amati? A modo nostro però.
Ognuno deve avere una storia da film, merita di trovare l'amore della sua vita. Abbiamo tremendamente bisogno di essere felici.
Di brividi, che però non sono causati dal freddo. Io voglio quel tipo di amore che al posto delle farfalle nello stomaco ti lascia gli elicotteri, che ti fa ballare sotto la pioggia, che ti  fa ridere, ridere e amare fino a stare male. Voglio la sensualità nello sguardo e avere il calore, che brucia dentro come una fiamma.
Quando non hai bisogno di certezze, ti basta...o meglio, vi bastate.
Dovrebbe essere come un dolce, o come l'unica cosa al mondo della quale non hai mai abbastanza... mai abbastanza.
Sognatrice di sto cazzo.

Chi sono?
Beh sono io.
Apatica. Stronza. Pazza, forse.
In ogni caso, a dire il vero, non lo so nemmeno io chi sono, o chi voglio diventare.
Non sono in grado di capirlo.
Scrivo per questo, per cercare me stessa, per liberare la mente e cercare un'identità che mi assomigli.
Scrivo per raccontare la mia storia, i miei problemi. Per essere ascoltata.
In questo mondo in cui i pettegolezzi sono all'ordine del giorno, e la solitudine è pane quotidiano. In un universo nel quale la gente che soffre viene fatta a pezzi, mentre sopravvive chi, il cuore, non sa neanche cosa sia.
Odio questo posto.
E mi sento, ovviamente, fuori luogo.
Ho sempre pensato che il liceo sarebbe stato fantastico, un altro mondo. Immaginavo di passare per i corridoi, facendomi notare, per quella che sono inutile dire, e suscitare l'interesse di tutti. Un posto in cui finalmente mi sarei sentita a mio agio.
Ma non è successo, non è successo nulla di tutto ciò porca puttana. Mi sono trovata sola, spaesata e l'unica cosa che ho ottenuto è stata una grande, enorme figura di merda.
Il peggio però è arrivato quando ho capito che sarei dovuta cambiare, quando mi sono resa conto delle etichette esistenti e quando ho sbattuto la testa contro il muro un paio di volte.
Nessuno ha una vaga idea di quanto io mi senta sbagliata, di quanto abbia bisogno di aiuto o di quanto io stia male.
Non sono nata per questo. Io dovrei essere in una scuola americana, dovrei fare surf sulla West Coast o fare free ride giù da una montagna del Canada.
Dovrei recitare, cantare. Dovrei vivere, non sopravvivere.
Sto affondando lentamente, sento dire in giro cose su di me che nemmeno io sapevo, pare che tutti conoscano i miei segreti prima di me.
Sto davvero affondando. Ma non c'è nessuno a salvarmi.
E' come stare in una stanza affollata, urlare, ma poi rendersi conto che sono tutti sordi. Nessuno può sentirti.
Il problema è che non sono abbastanza, per nessuno, neanche per me.
E allora cosa dovrei fare? Sembra tutto troppo poco.
E vorrei sapere, Dio, Allah, gigante dei cieli, Zeus, grande banana o come cavolo ti chiami... io che cosa ho fatto di male per meritarmi un'esistenza da schifo come questa?